I figli del pescatore

Li chiamavano i figli del pescatore; erano magri, piccoli, ma forti dentro. Amavano il mare perché per loro rispecchiava la vita, e amavano questa sopra ogni altra cosa. 

Volevano vivere a lungo, giocare, ridere, di quella risata che proviene solo da chi sa cosa vuol dire essere al mondo; il mare li incuriosiva ma allo stesso tempo li spaventava, era il loro porto sicuro e il loro uragano imminente. 

Vivevano trasportati dal vento e dalle onde, dai corsi sinuosi della vita, dalle angoscie e dai dolori di chi si espone e dalle timidezze di chi rimane dietro le quinte. 

La gente li temeva e li ammirava, sapeva che avere a che fare con loro significava essere liberi, e la gente ha paura di essere libera perché significa dover essere responsabile. 

Eppure loro, sotto tutti quegli strati di amore, celavano un po’ di tristezza, perché sapevano che niente può durare per sempre, nemmeno il mare che avevano amato tanto; presto si sarebbe ritirato, oppure la natura, perfidamente benigna, facendo il suo corso avrebbe cambiato anche quello delle loro vite. 

I figli del pescatore non invecchiavano mai, o meglio, erano giovani dentro. Più invecchiavano e più ritornavano bambini, spensierati, cocciuti ma meravigliati da tutto, consapevoli che la vita dà ma molto spesso toglie. 

Un giorno tutti questi figli sarebbero stati trasportati via dalle onde, in balia di una tempesta (e di una vita) che non potevano controllare, ma che con il tempo hanno imparato a cavalcare; e solo col tempo si sono accorti che vivere significa accettare.  

V.

 


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